Yayoi Kusama: l’arte come ricerca dell’infinito
L’11 settembre lo Stedelijk Museum di Amsterdam ha inaugurato la più grande retrospettiva dedicata a Yayoi Kusama, artista giapponese scomparsa lo scorso agosto a 97 anni e una delle figure più influenti dell’arte contemporanea, capace fino agli ultimi giorni di non allontanarsi della sua arte. Cogliamo l’occasione per tratteggiarne vita e opere a partire della voce a lei dedicata nell’Annuario 2018, edito da Federico Motta Editore.
Un’infanzia segnata dall’ossessione
Nata nel 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, Kusama disegna sin da bambina e studia pittura nihonga, un filone della tradizione classica giapponese che tornerà in tutta la sua produzione artistica. I genitori, commercianti di semenze, non sostengono la sua vocazione. È invece un episodio vissuto in un campo fiorito, quando la ragazza patisce una sorta di crisi panica davanti a una luce accecante che sembra volerla annientare, a segnare simbolicamente l’origine della sua arte: da quella dissoluzione del sé nasceranno anche i fiori lussureggianti e “cannibali” delle opere future. Dopo aver scritto a Georgia O’Keeffe, che aveva conosciuto tramite un libro che ne raccoglieva le sue opere, per complimentarsi con lei e per chiederle consiglio, Kusama ne riceve una risposta che le indica la via: raggiungere gli Stati Uniti. Nel 1958 si trasferisce a New York, sostenuta all’inizio proprio da O’Keeffe e dal pittore Kenneth Callahan.
Da New York al mondo: ripetizione, infinito, oblio
Nella New York in piena rivoluzione artistica nascono, a partire dal 1959, le tele della serie Infinity Net. Si tratta di quadri di quasi 10 metri, riempiti di piccoli segni, quasi tutti uguali, con un effetto monocromo, ma vibrante. Seguono le serie Accumulation e Sex Obsession, con opere come Penis Chair, esposta nel 1963 insieme a Warhol e Oldenburg, che attirano l’attenzione della critica. Kusama frequenta gli ambienti underground, gira film psichedelici, documenta le sue passeggiate, nuda e coperta di pallini colorati. Nel 1966, alla Biennale di Venezia, dissemina e vende ai visitatori le 1500 sfere di Narcissus Garden, scatenando polemiche. Il punto diventa per lei una unità di misura in grado di cancellare le dimensioni consuete dello spazio e del sé. Le sue opere mettono in atto uno spaesamento e l’annientamento dello spazio, attraverso una rappresentazione paradossale dell’infinito attraverso l’uso degli specchi, che moltiplicano il soggetto fino a disintegrarlo. I suoi lavori entrano nelle collezioni del MoMA, della Tate Modern e del National Museum of Modern Art di Tokyo. Dalla fine degli anni Sessanta vive per scelta nell’ospedale psichiatrico Seiwa, in Giappone, continuando a dipingere nel suo studio di Shinjuku, fino alla sua morte.


