Shakespeare sul grande schermo
All’indomani della notte degli Oscar, nonostante l’indiscusso vincitore sia il pluripremiato “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, qui vogliamo porre l’attenzione su “Hamnet”, un film che riporta sul grande schermo l’universo emotivo che fa sfondo all’opera di Shakespeare e che ha conquistato una statuetta (su 8) per la miglior attrice protagonista, una splendida Jessie Buckler. Torna naturale, allora, interrogarsi sul perché, a oltre quattro secoli dalla sua morte, il Bardo continui a essere una delle fonti narrative più prolifiche e inesauribili dell’industria culturale contemporanea.
Una miniera inesauribile di storie
Il successo di Shakespeare nella storia della produzione dei contenuti nasce prima di tutto dalla straordinaria solidità delle sue trame. Gelosia, ambizione, amore, vendetta, identità: i motori drammatici delle sue opere sono archetipi universali che attraversano epoche e culture senza perdere forza. Non è un caso che il saggio di Carlo Pagetti dedicato a Shakespeare in Historia, abbia spesso sottolineato questa centralità:
Considerato il più grande drammaturgo inglese, ovvero il più grande uomo di teatro della modernità, e perfino dall’influente critico americano Harold Bloom il sommo artista della tradizione letteraria occidentale, William Shakespeare appartiene sia all’epoca del Rinascimento inglese a cavallo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, sia alla nostra contemporaneità. Le sue opere, continuamente tradotte e spesso riscritte, rivisitate alla luce della sensibilità e degli interessi di ogni epoca, vengono recitate sui palcoscenici di tutto il mondo, mentre anche le altre forme letterarie e la stessa cultura di massa (dai telefilm ai fumetti, dalla pubblicità alle citazioni giornalistiche) attingono in modo incessante ai testi shakespeariani.
L’adattabilità come segreto della longevità
L’ elemento chiave della sua fortuna è la straordinaria adattabilità delle sue opere. Shakespeare non è soltanto un autore da mettere in scena fedelmente: è un universo da tradurre in linguaggi diversi. I suoi drammi sono stati ambientati in epoche contemporanee, trasformati in musical, film, serie televisive e narrazioni popolari di ogni genere. Ogni generazione trova il proprio Shakespeare perché i conflitti che racconta – il potere, la fragilità dell’identità, il desiderio, il tradimento – sono sempre attuali. Questa capacità di mutare forma lo rende una delle proprietà narrative più longeve della storia della cultura.
Dal teatro elisabettiano all’industria globale dei contenuti
Oggi Shakespeare è molto più di un autore teatrale: è un ecosistema culturale. Le sue opere continuano a generare nuove produzioni, adattamenti e riscritture, mentre la sua figura e il suo mondo diventano materia narrativa autonoma, come dimostra il successo contemporaneo di storie ispirate alla sua vita e alla sua famiglia. Hamnet, il film della regista cinese Chloé Zhao – tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell del 2020 – è in realtà una storia di pura finzione che prende spunto dalla morte (documentata) di uno dei figli di Shakespeare, per poi costruire una narrazione autonoma: la pellicola esplora infatti il mistero che avvolge la moglie del drammaturgo, una figura di cui si conosce pochissimo, e da lì immagina il lutto dei genitori e la possibile genesi dell’Amleto, che diventa, per uno Shakespeare (interpretato da Paul Mescal) simbolo vivente di vulnerabilità, un’occasione di catarsi in cui trovare risposte e sanare ferite.




