Dieci anni senza Umberto Eco

Umberto Eco nel suo studio

“Raccontare Umberto Eco in poche parole è impossibile: sarebbe come inseguire un salmone mentre si legge Proust viaggiando in volo sul Texas”. Così si legge sulle pagine della neonata Fondazione Umberto Eco. E mai ci furono parole più vere per descrivere uno degli intellettuali più poliedrici e raffinati dei nostri anni. Qui non ci arrischiamo nel tentativo (sicuramente vano) di raccontare Eco, ma inanelliamo ricordi e insegnamenti che il Professore ha condiviso con noi in quasi vent’anni di collaborazione.

Il 19 febbraio di 10 anni fa ci lasciava Umberto Eco.

Sono passati dieci anni, dieci anni di silenzio sulla sua persona e sulla sua opera – come imposto per suo stesso volere testamentario – eppure la sua voce non ha mai smesso di parlare a ciascuno di noi, di abitare le nostre pagine e di animare i nostri tavoli di lavoro. Sì, perché per la Federico Motta Editore, Eco non è stato soltanto un autore di punta: è stato una guida sapiente e stimolante, un maestro esigente e generoso, un architetto di visioni sul passato e sul futuro. Con lui abbiamo imparato l’onestà intellettuale, il rigore scientifico, il divertimento della ricerca. Principi ai quali non bisogna mai derogare.

Un “condottiero” editoriale

Il Professore possedeva una franchezza intellettuale rara. Sapeva chiamare le cose con il loro nome, senza indulgere nella spocchia di chi usa la complessità come schermo. La sua era un’intelligenza limpida, capace di smontare i meccanismi del reale e di restituirli in una forma accessibile, senza mai scivolare nel banale. Cercava l’insolito nel quotidiano e la dimensione quotidiana nei grandi eventi, convinto che la storia non fosse fatta solo di grandi eventi e battaglie, ma di abitudini, linguaggi, simboli, azioni condivise.

Per noi è stato un condottiero di imprese editoriali. Indicava la rotta con decisione, ma lasciava spazio al confronto; teneva fermo il timone, ma non temeva di avventurarsi in acque inesplorate. Sotto la sua guida abbiamo imparato che semplificare non significa impoverire, bensì cogliere l’essenza dei processi storici e culturali.

Tra storia, memoria, identità…

Nella nostra redazione, intorno ai nostri tavoli di lavoro, attraverso le innumerevoli versioni di bozze, ha preso corpo uno dei suoi progetti enciclopedici più ambizioni: raccontare la storia della civiltà europea dalle origini alla fine del Novecento come un filo ininterrotto che attraversa i secoli, alla ricerca dei fondamenti della nostra cultura, di ciò che permane mentre tutto cambia, di ciò che ci dà identità. Non una semplice sequenza di eventi, ma un’indagine nella memoria, alla ricerca di quegli elementi costanti e identitari che hanno dato forma e forza alla nostra cultura. In questa visione c’era tutta la sua lungimiranza: la capacità di cogliere il senso delle cose prima che diventasse evidente, di riconoscere nei segni dispersi del passato le domande più urgenti del presente e le prospettive necessarie per il futuro.

… e filosofia, pensiero e senso delle cose

Anche la sua idea di una storia della filosofia incarnava perfettamente questo approccio: non mera speculazione astratta, ma racconto dei modi di pensare e di vivere di ogni epoca. La storia del pensiero, nella sua visione e nelle sue opere, non era mai scollato dalla vita quotidiana, dalle arti, dalla letteratura, dalle forme culturali in cui prendeva corpo. Ogni sistema filosofico diventava così un prodotto umano, situato in un tempo preciso, radicato in una comunità.

A dieci anni dalla sua scomparsa, sentiamo ancora il privilegio e la responsabilità di aver condiviso un tratto di strada sotto la sua guida. Lo ringraziamo per averci insegnato un modello di cultura democratico e accessibile, ma al tempo stesso rigoroso e consapevole. Ci ha lasciato un metodo, prima ancora che un catalogo di opere: guardare più a fondo, non accontentarsi delle superfici, tenere insieme complessità e chiarezza.

Grazie, Professore.